NON SONO GLI ANNI A PESARE SUL SISTEMA
SANITARIO, MA GLI ULTIMI MESI DI VITA

Spesso si pensa che con un numero maggiore di anziani la spesa sanitaria aumenterà sempre di più, fino a diventare insostenibile. Questo sembra logico: più persone anziane, più malattie e più soldi spesi. Tuttavia, uno studio svizzero degli anni Novanta ha messo in discussione questa idea, fornendo dati concreti. È il tempo che resta da vivere a decidere quanto costa la sanità. Penso che sia importante dare spazio anche a chi fornisce una visione diversa del futuro. Noi non vogliamo però divulgare teorie fatte con la palla di vetro, ma studi condotti da noti economisti, matematici e statistici.

Nel 1999, tre economisti hanno pubblicato una ricerca che ha analizzato i dati in modo diverso dal solito. Hanno seguito le singole persone fino alla loro morte, controllando le spese mediche degli ultimi due anni di vita. Il risultato è stato che, superati i 65 anni, ciò che fa davvero la differenza non è quanti anni hai, ma quanto tempo ti resta da vivere. Chi è negli ultimi mesi di vita spende molto in cure, a prescindere dall'età.

Perché allora sembra che l'età conti così tanto? La risposta è semplice: tra gli ottantenni ci sono più persone vicine alla morte rispetto ai sessantenni. Sono proprio questi ad avere costi altissimi e far aumentare la media di tutto il gruppo degli ottantenni. L'età è solo una “falsa pista": sembra la causa, ma in realtà nasconde quella vera.

Dallo studio emerge che morire a 45 anni costa molto di più al sistema sanitario che morire a 90 anni. Di fronte a un paziente giovane, i medici tendono a tentare di tutto: terapia intensiva, interventi complessi e farmaci costosissimi. Con una persona molto anziana, si tende a optare per cure di conforto, meno invasive e più orientate ad alleviare il dolore piuttosto che a “salvare” a ogni costo.

Questa teoria si chiama scherzosamente di “Eubie Blake”. Il musicista Eubie Blake, arrivato a 100 anni, disse: “Se avessi saputo che sarei vissuto così a lungo, mi sarei preso più cura di me stesso". Il paradosso è che lui, da giovane, non poteva sapere che sarebbe arrivato a 100 anni, quindi non aveva “motivo” di investire di più nella propria salute. Il sistema sanitario non sa in anticipo chi vivrà più a lungo, ma fa comunque delle scommesse statistiche su chi probabilmente ne beneficerà delle cure di più e indirizza lì le risorse più pesanti. In sintesi, l'idea è che la sanità, per ottimizzare le risorse, tende a curare meglio chi ha statisticamente più anni di vita da "recuperare", con tutti i problemi etici che ciò comporta, perché significa discriminare implicitamente in base all'età o allo stato di salute generale.

I numeri stessi confermano queste ipotesi. Negli Stati Uniti, quasi un terzo del budget sanitario destinato agli anziani viene speso per chi si trova nell'ultimo anno di vita. Poiché una correlazione statistica non prova nulla, gli stessi autori, nel 2008, hanno rifatto i calcoli con un metodo econometrico più solido, su un campione di 60.000 persone seguite per quasi dieci anni. Il risultato non è cambiato: il tempo che resta da vivere conta più dell'età.

La teoria ha però dei limiti. Non vale per tutto. C'è una parte della spesa sanitaria che dipende davvero dall'età, a prescindere da quanto tempo manca alla morte: l'assistenza a lungo termine. Si tratta di servizi come le case di riposo, gli infermieri a domicilio e l'assistenza per chi non è più autonomo. Qui, più si invecchia, più aumenta il bisogno di queste cure e i costi continuano a salire con l'età.

Poi, conta anche la malattia. Chi muore per un infarto o un tumore aggressivo concentra quasi tutta la spesa negli ultimi mesi. Chi invece convive per anni con il diabete o una demenza, spalmando la spesa su un periodo più lungo, in quel caso l'età torna a contare.

Cosa resta della "falsa pista"? L'idea di fondo è ancora valida: non è l'invecchiamento in sé a far esplodere la spesa ospedaliera per le cure acute, ma il modo in cui moriamo. Una popolazione che invecchia non è automaticamente una bomba a orologeria per la sanità pubblica.

Tuttavia, non si tratta nemmeno di un banchetto gratuito. Il risparmio sulle cure acute rischia di essere annullato e superato dall'aumento dei bisogni di assistenza a lungo termine. Il problema non scompare, ma si sposta. Le politiche sanitarie dovrebbero quindi smettere di concentrarsi esclusivamente sugli ospedali e iniziare a investire di più nell'assistenza domiciliare e territoriale, dove la pressione demografica si farà sentire maggiormente nei prossimi decenni. Non si tratta di una buona o cattiva notizia, ma di un modo diverso di affrontare il problema, che forse può aiutare a discuterne senza cadere nell'allarmismo.

Alfred Ebner