DODICI ANNI IN PIÙ DI LAVORO, CINQUE ANNI IN MENO DI PENSIONE: BILANCIO AMARO
A trent'anni dalla riforma Dini che ha introdotto il sistema contributivo, il sistema previdenziale italiano è sostenibile economicamente per le casse dello Stato, ma è diventato insostenibile socialmente per milioni di pensionate e pensionati.
Una recente analisi promossa dallo Spi Cgil e dal professore Jessoula della Statale di Milano evidenzia come dal 1995 a oggi siano state adottate ben otto riforme, tutte orientate a garantire la tenuta dei conti pubblici, ma che hanno reso il sistema
inadeguato e iniquo.
Per essere davvero equo, un sistema pensionistico deve conciliare la tenuta economica e finanziaria con quella sociale e politica. Per tre decenni, dal 1954 al 1975, provvedimenti espansivi avevano migliorato le condizioni di vita dei/delle pensionati/e, garantendo sostenibilità sociale e politica, ma a scapito di squilibri finanziari emersi negli anni Ottanta. Dal 1992 in poi, le riforme hanno invertito la rotta, puntando esclusivamente alla tenuta economica e sacrificando l'adeguatezza delle prestazioni.
Nonostante l'Italia abbia una spesa previdenziale pari al 15,7% del PIL, il sistema è finanziariamente solido e tale rimarrà nei prossimi decenni. Il problema semmai è la distribuzione della spesa. Attualmente, 4,7 milioni di pensionati, ovvero il 30% del
totale, vivono con redditi inferiori a 1.000 euro al mese, mentre un milione di over-65 si trova in povertà assoluta. Bisognerebbe comunque analizzare anche le cause. A Bolzano, nonostante un livello dell’ISEE abbastanza elevato, una fetta molto bassa di
anziani “poveri” ha preso i famosi 1.000 euro.
Lo scenario futuro, invece, appare sicuramente ancora più preoccupante. Per i lavoratori di oggi, la combinazione tra sistema contributivo, mercato del lavoro flessibile e basse retribuzioni produrrà pensioni appena sopra la soglia di povertà relativa per una quota significativa di nuovi pensionati. Il sistema contributivo, infatti, penalizza chi ha un lavoro precario, erogando prestazioni modeste proprio a chi ne avrebbe più bisogno.
Dal 1994, l'età pensionabile è aumentata di dodici anni per le donne e di sette anni per gli uomini, mentre la durata media del pensionamento si è ridotta da venticinque a circa venti anni. Inoltre, l'aspettativa di vita e la durata del pensionamento sono
più elevate per le fasce sociali benestanti, con una differenza di tre-cinque anni tra operai e dirigenti. Più i requisiti per il pensionamento diventano rigidi, più il sistema penalizza i lavoratori con carriere più faticose, condizioni di salute peggiori e
aspettativa di vita inferiore.
La separazione tra previdenza e assistenza non rappresenta un'anomalia nel calcolo della spesa pensionistica, perché le prestazioni assistenziali erogate ai pensionati poveri non sono una prerogativa italiana. Ciò che fa davvero la differenza è l'imposizione fiscale sulle pensioni, più alta in Italia rispetto ad altri Paesi europei.
La spesa pensionistica netta rispetto al PIL appare infatti ben inferiore a quella lorda. Si attesta infatti al 12,5% contro il 15,7%, allineandosi ad altri paesi europei. La soluzione proposta dagli esperti e dal sindacato consiste in una migliore protezione contro la povertà. Essa può essere realizzata soprattutto attraverso strumenti come la pensione contributiva di garanzia. Il sistema previdenziale deve tornare a essere redistribuivo, perché la sostenibilità non riguarda solo i conti pubblici, ma anche la dignità e la giustizia sociale.
Ebner Alfred
