EVASIONE FISCALE:
UNA BATTAGLIA CHE LA CGIL PORTA AVANTI DA ANNI
Una questione di giustizia fiscale che riguarda tutti, ma soprattutto chi le tasse le paga fino all’ultimo euro.
In questi giorni il dibattito pubblico è concentrato soprattutto sul rapporto tra deficit e PIL e sulle difficoltà dei conti pubblici. Ma c’è una domanda che dovrebbe essere posta con altrettanta forza: perché non si recuperano fino in fondo le risorse che ogni anno sfuggono al fisco?
I numeri sono impressionanti. Secondo i dati citati nell’articolo, l’economia sommersa vale 197,6 miliardi di euro all’anno, pari al 9,2% del PIL. Di questi, 108,2 miliardi derivano dall’evasione fiscale e altri 77,2 miliardi dal lavoro nero. A queste cifre si aggiungono affitti non dichiarati e altre forme di economia sommersa.
Parliamo di risorse enormi. Tra il 2021 e il 2023, i mancati introiti fiscali e contributivi avrebbero raggiunto 313 miliardi di euro: una cifra superiore alle risorse complessivamente destinate all’Italia dal PNRR.
Ma l’evasione non è soltanto un problema per i conti dello Stato. Quando qualcuno non paga ciò che deve, il peso ricade inevitabilmente sugli altri contribuenti e sulla qualità dei servizi pubblici. Meno entrate significano meno risorse per sanità, scuola, assistenza, previdenza e welfare.
Il tema è quindi soprattutto quello dell’equità fiscale. Lavoratori dipendenti e pensionati pagano le imposte direttamente sui propri redditi. È difficile accettare che, nello stesso Paese, una parte significativa delle attività economiche possa invece sottrarsi al fisco. Particolarmente significativo è il dato relativo all’IRPEF. Nel 2025, su 42,8 milioni di persone che hanno presentato una dichiarazione dei redditi, 34,1 milioni hanno versato almeno un euro di IRPEF, mentre 24,8 milioni risultano senza un reddito ai fini dell’IRPEF.
Risultato: 24,8 milioni di cittadini (rispetto al totale della popolazione di circa 58 milioni), cioè ben il 42 per cento degli italiani risulta senza reddito e dunque senza il dovere di pagare l’Irpef. La lotta all’evasione non può fermarsi alla consueta indignazione quando vengono pubblicati i dati. Gli strumenti per intervenire esistono.
Incrocio delle banche dati, fatturazione elettronica, tracciabilità dei pagamenti e nuove tecnologie possono rendere più efficace l’attività di controllo e favorire l’emersione dei redditi non dichiarati.
Ad esempio è bastato accoppiare finalmente pagamenti elettronici e scontrini per ottenere quest’anno, in appena qualche mese, da marzo a giugno, l’emersione di oltre 9 miliardi di euro di fatturato. Poi il governo si è messo paura di aver fatto troppo e ha cominciato ad approvare deroghe.
Il problema, quindi, non è soltanto tecnico. È soprattutto una scelta politica: decidere se contrastare con continuità l’evasione oppure continuare a considerarla un problema sul quale intervenire soltanto quando torna al centro dell'attenzione.
Per la CGIL la lotta all’evasione fiscale non è una battaglia nata oggi. Da decenni il sindacato chiede un sistema fiscale più equo, nel quale il peso della tassazione non ricada prevalentemente sui redditi da lavoro e da pensione e nel quale chi ha maggiore capacità contributiva contribuisca in misura adeguata.
La storia dimostra che non si può semplificare il problema in una contrapposizione tra destra e sinistra. Ci sono stati governi di centrosinistra che hanno adottato misure importanti. È il caso del Governo Prodi nel 2006-2007, quando vennero rafforzati i controlli e avviata una significativa azione di contrasto all’evasione.
Ma ci sono stati anche momenti nei quali la CGIL ha espresso critiche molto nette. Nel 2015, ad esempio, contestò l’innalzamento a 3.000 euro del limite per i pagamenti in contanti e altre misure della delega fiscale, ritenendole un indebolimento degli strumenti di contrasto all’evasione.
Anche nel 2019 la CGIL riconobbe invece positivamente alcune misure, come l’utilizzo della fatturazione e dei corrispettivi elettronici e l’incrocio delle banche dati.
Il punto, dunque, non è stabilire chi abbia fatto tutto bene o tutto male. Il problema è che la lotta all’evasione non è ancora diventata una politica stabile e continuativa, capace di mantenere nel tempo gli strumenti più efficaci.
La CGIL chiede da anni più controlli, niente nuovi condoni, pieno utilizzo delle banche dati, tracciabilità dei pagamenti e un’amministrazione fiscale adeguatamente rafforzata.
Ma la lotta all’evasione acquista un significato concreto soprattutto se le risorse recuperate vengono utilizzate per ridurre il carico fiscale su lavoratori e pensionati e rafforzare sanità, previdenza, assistenza e servizi pubblici.
È proprio qui che il tema dell’evasione si collega direttamente alla condizione dei pensionati. Chi ha versato contributi e pagato le imposte nel corso della propria vita lavorativa ha diritto a vedere tutelato il valore della propria pensione. La rivalutazione deve garantire nel tempo il potere d’acquisto e non diventare, ad ogni legge di bilancio, una delle voci da ridurre per recuperare risorse.
Il principio è lo stesso: le regole devono valere per tutti. Chi evade deve pagare quanto dovuto; chi ha sempre rispettato le regole deve vedere riconosciuti e tutelati i propri diritti.
Per la CGIL, dunque, combattere l’evasione non significa semplicemente recuperare denaro: significa rafforzare l’equità fiscale e sociale, evitando che siano sempre lavoratori e pensionati a sostenere il peso maggiore e utilizzando le risorse recuperate per garantire diritti, pensioni e servizi pubblici.
Baldessari Adriano
